“T”

“Non si sogna profondamente con degli oggetti. Per sognare profondamente bisogna sognare con della materia”

(G. Bachelard)

“T” come Texture. “T” come Trama. “T” come Tessitura. “T” come Terra. “T” come Tatto. “T” come Tensione di superficie. “T” come: “Tutto è per tutti, in tutti i punti, in tutti i luoghi, in tutti i momenti del tempo […]” (G. Bruno). La materia non è mai solo “materia bruta”; la superficie non è mai “superficiale”; la texture non è semplice rivestimento o involucro passivo. L’assunto dal quale partire è questo.

Tutte le cose hanno una volontà intrinseca, un’energia, un conatus ed una voluptas che le spinge a voler essere, a sviluppare una potenza di essere (un cambiamento di stato), e tanto più le cose perseverano nel loro sforzo “ad essere”, accrescendo la loro potenza necessitata, tanto più sono liete, esprimono letizia e diffondono letizia tra gli enti, come è nella natura della Sostanza; la loro voluptas, tra l’altro, si dispiega, anzi vuol dispiegarsi, proprio qui in Terra, con effetti concreti e, potremmo dire, “tangibili”. (B. Spinoza, Etica)

Aggiungo ai due grandi filosofi appena citati il nostro grandissimo e amatissimo Giacomo Leopardi il quale alla pagina 4253 (nella numerazione originale) del suo Zibaldone di pensieri dice espressamente che la materia “pensa” e “sente”, e se noi non lo riconosciamo apertamente è solo perché non sappiamo pressoché nulla del suo modo di essere e agire.

Tornando a Spinoza, e interpretando un po’ “l’eretico” Spinoza, vorrei dire che “le cose” (intendendo con tale sintagma le stesse cose sulle quali rifletteva il nostro Giacomo) vogliono essere esaltate, vogliono essere diffuse, vogliono essere messe in relazione le une con le altre; tutti gli enti vogliono incontrarsi. Tutte le cose, anche le più banali, vogliono essere ri-conosciute, ri-unite e ri-create per non essere disperse. E allora la Materia, che “sente” la presenza del creatore-plasmatore, che percepisce l’artista, o lo sciamano (E. Morin, Sull’Estetica), lo richiama a sé il creatore, lo attrae, con metodi apparentemente difficili da capire e da razionalizzare, lo avvicina con serendipità, con sinestesie, con improvvise apofenie e con facoltà empatiche, aprendogli Le porte della percezione (Aldous Huxley da un testo di W. Blake) che consentono di superare la “tensione superficiale”. A questo punto, superata spinozianamente la distinzione cartesiana tra Res, nascono le misteriose topologie emotive, la spontanea cartografia epidermica, le mappe tattili, la geografia mnestica handmade e, in sintesi, tutto il tessuto narrativo che caratterizza l’importante opera artistica di Stefano Catalini collocandola su un registro linguistico di elevato livello comunicativo ed empatico.

Le opere in mostra rappresentano punti nello spazio di un “atlante empatico” autobiografico che le odierne neuroscienze non avrebbero difficoltà a supportare o addrittura a prendere come esempio per dimostrare i risultati del Brain imaging. Brevemente, perché in tal sede non è possibile illustrare tutte le corrispondenze tra l’arte materica-informale e le neuroscienze (compito della neuroestetica), vorrei citare alcuni argomenti chiave che se sviluppati possono far ben intendere lo straordinario rapporto che intercorre tra l’uomo, il suo ambiente e l’arte: i neuroni specchio (Rizzolatti, 1995), l’embodied simulation (Mallgrave, 2016), l’intelligenza emotiva (Goleman, 1999), gli schemi top-down e bottom-up del cervello (Pankseep, 2012); l’importanza fondamentale del senso del tatto e della pelle (Montagu, 1971; McLuhan, 1962); l’incredibile selettività e specializzazione delle cellule neuronali (Zeki, 1999, Kandel, 2015). Le cosiddette neuroscienze sono molto interessate all’arte perché riconoscono in essa e ad essa, fin dalle origini preistoriche, maggiori potenzialità di simulare l’invarianza del mondo esperito quotidianamente rispetto ad altre euristiche consolidate e, di conseguenza, le migliori possibilità di offrire all’uomo modalità-strutture di adattamento e di evoluzione portabili, reticolari ed ecosostenibili. Da ciò se ne deve dedurre senza indugio che le arti, e in particolare le arti che sviluppano la cultura maker-laboratoriale, devono tornare al centro dell’educazione e della formazione delle nuove generazioni che rischiano di essere deviate da forme di neotribalizzazione esclusivamente virtuali.

Quanto il senso del tatto sia diventato centrale, soprattutto nel suo punto più sensibile (i polpastrelli), lo abbiamo tutti “forse” capito nel recente periodo di quarantena forzata, causa Covid-19, nel corso della quale tutta la nostra esperienza si è concentrata, anche in modo inconsapevole, sui dispositivi digitali touch che ci hanno consentito di “esistere” e di “comunicare”! McLuhan l’aveva ben intuito decenni fa.

(Le immagini si riferiscono a particolari delle opere dell’autore S. Catalini. Il brano critico riproduce il testo di Claudio Nalli per una mostra del settembre 2019; a quel testo è stata aggiunta l’osservazione finale.)

Pubblicato da Claudio Nalli

Prof. Claudio Nalli, Storia dell'Arte e delle Arti visive, Licei di Camerino (Macerata)

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